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Il figlio scemo : antica fiaba sannita

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C'era una volta una mamma che aveva due figli; uno era scemo e l'altro era dritto. Erano poveri contadini.
Questo figlio era talmente scemo che sua madre non lo sopportava più, non lo voleva più avere fra i piedi: a lavorare, non voleva lavorare; i servizi di casa non li voleva fare...
Un giorno la mamma disse: «Io e Pasqualino andiamo a lavorare in campagna, tu stai a casa. Sai che vuoi fare? Rassetta bel bello la casa, chiudi con la chiave la porta, te la metti addosso e vieni pure tu in campagna. Mi raccomando, non la perdere».
La madre parlava della chiave, ma quello scemo aveva capito che parlava della porta. Così rassettò la casa, chiuse la porta con la chiave; poi prese lo sciamarro (una grossa scure), scardinò la porta; se la mise addosso e raggiunse la madre e il fratello, lasciando la casa aperta. Naturalmente i ladri rubarono tutto quel poco che avevano: le provviste, un po' di corredo, il porco ucciso, li lasciarono in mezzo ad una strada, perché quello scemo aveva rotto la porta.
Quando la madre lo vide con la porta addosso gridò: «Oh Dio mio, la casa aperta, la casa aperta» e corse, ma era troppo tardi, ormai i ladri avevano preso tutto. Allora la mamma diede tante di quelle botte al figlio scemo, o mazzate o niente e quello rideva. «Come? Te la ridi pure?»
«Eh eh eh eh! Tu mi hai detto di mettermi la porta addosso! »
Dopo un paio di giorni la mamma disse: «Sai che vuoi fare? Compra un po' di trippa e cuocila».
Quello comprò la trippa e la mise a cuocere sana sana, senza lavarla, con tutte le budella. Mentre bolliva lui la controllava, scoppiarono le budella e tutta quella porcheria schizzò in faccia al figlio scemo. Allora lui mise la pignata a terra e disse: «Tu hai fatto puppù in faccia a me; io faccio puppù in faccia a te».
Si scoprì e si mise a fare puppù nella pignata. Quando la mamma tornò, trovò tutta quella schifezza e la casa appestata e come al solito riempì di botte suo figlio e quello rideva. «Sai che devi fare? , disse la mamma Piglia la trippa e vai a lavarla a mare». Intanto pensava: «Può essere che va nel mare, muore e non si ritira più»
Quello se ne andò, se ne andò; a lavare la trippa nel mare e la fece uscire bianca bianca. Intanto passò un bastimento con sopra i passeggeri, lui da lontano agitò la trippa in aria chiedendo: «E' bianca o è nera? E' bianca o è nera?». Voleva sapere dalla gente se la trippa era pulita per potersi ritirare a casa. Ma i passeggeri pensavano che stava affogando: «Oh, Dio mio, sta annegando quel giovane, corriamo, corriamo».
Si accostarono per salvarlo, ma quello voleva solo sapere se la trippa era bianca o nera per potersi ritirare a casa.
La gente pensando che era uno scherzo cretino lo riempì di botte. Tutto pesto tornò a casa con dispiacere della madre che gli disse: «Domani ci devi portare la colazione in campagna, quando noi ci riposiamo a mezzogiorno»
Il giorno dopo quello preparò la colazione la avvolse in un tovagliolo e si avviò per portarla alla madre e al fratello. Mentre camminava vide l'ombra sotto i suoi piedi e le chiese: «Fratuccio, vuoi mangiare? Sì?» e faceva sì con la testa. Vide che anche l'ombra faceva di sì, mise la colazione a terra, aprì il tovagliolo e diceva: «Ma come? La tieni sempre lì! Hai vergogna di me? E va bene, me ne vado, così mangi solo»
Lasciò il mangiare per terra e se ne andò; passò qualche bestia o qualche anima del Purgatorio e mangiò la colazione. Il figlio scemo tornò quando il sole stava tramontando e vide l'ombra dall'altra parte e il tovagliolo vuoto e disse: «Vuoi far finta che non hai mangiato tu la colazione, che ti metti dall'altra parte? Fratuccio, lo so che l'hai mangiata tu»
A casa trovò la mamma e il fratello imbestialiti e morti di fame e prese un altro mazziatone.
Dopo un paio di giorni la madre gli disse:
«Sai che devi fare? Vai a raccogliere un po' di legna» e intanto pensava: «Speriamo che va nel bosco, incontra qualche animale feroce, qualche serpente, se lo mangia e me lo toglie dai piedi»
Così il figlio scemo andò nel bosco; a terra c'erano delle borse piene di denaro. «Mamma ha detto che devo raccogliere legna e non borse, oggi; che meli date a fare tutti questi soldi se la mamma ha chiesto la legna?»
E lasciò le borse coi soldi per terra.
Camminò ancora un po' e trovò delle signorine che dormivano tutte nude, tutte scomposte.
Lui cominciò a raccogliere la legna e coi rami raccolti le copriva tutt'intorno, anche per farle stare al fresco; dormivano e nessuno poteva vederle.
Quelle erano in verità quattro fate; proprio loro avevano fatto trovare le borse di denaro. Mentre quelle dormivano, lui rideva; finalmente raccolse un bel fascio di legna. Intanto le fate si erano svegliate. Disse la prima: « Uh, chi ci ha fatto questo?»
«Eh! Eh! Eh! Sono stato proprio io!» rispose il figlio scemo e detto questo se ne andò. A casa disse alla mamma: «Ho trovato tante borse piene di soldi nel bosco, ma non le ho preso perché tu mi avevi chiesto la legna!»
«Come? ﷓ disse la mamma ﷓ Non abbiamo nemmeno una lira, mi hai fatto rubare tutto e non hai preso i soldi?» e così gli fece un'altra mazziatona, poi disse: «Domani torna là, può darsi che tieni la "ciorta" e trovi qualche altra cosa»
Il giorno dopo il povero ragazzo tornò nel bosco e incontrò di nuovo le fate.
Disse la prima: «Uh, Dio mio, sei tornato un'altra volta?»
«Mamma mi ha detto che devo stare qua!», rispose lui.
Ma le fate lo sapevano che la mamma voleva farlo morire.
Disse la prima: «Tu che gli dai a questo?» rivolta alla seconda.
Disse la seconda: «Eh, io gli do che quello che dice deve succedere».
Allora lui, per vedere se era vero, salì su un albero e disse: «Voglio proprio fare una prova: a nome di Dio, fa che io cammini sull'albero mio». Si mise stravaccato tra i rami e l'albero camminava solo solo. Infatti il ragazzo era fatato e quello che diceva con la bocca succedeva davvero.
Mentre camminava seduto sull'albero, si trovò a passare sotto il palazzo di una contessa. Questa stava affacciata al balcone e come lo vide passare si mise a ridere: «Eh! Eh! Eh! Eh!»
Il ragazzo si arrabbiò e disse: «Con questa risata che ti fai, possa uscire prena3» e quella veramente rimase incinta, anche se era signorina. Ebbe due figli e il padre della contessa volle sapere chi era il padre dei bambini, ma sua figlia non glielo sapeva dire. Allora il conte chiamò tanta gente per vedere se i bambini andavano in braccio a qualcuno volentieri, quello sarebbe stato il padre. Tutti accorsero, ma i bambini non andavano in braccio a nessuno.
La notizia arrivò anche alle orecchie del figlio scemo che lo disse alla mamma: «Vuoi vedere che ci vado pure io?»
«Uh questo fesso, questo stordito, vai vai, così ti uccidono e ti levi dai piedi» disse la mamma.
Quello ci andò e come i bambini lo videro gli saltarono addosso tutti contenti. Ma lo scemo era tutto sporco, con un paio di scarpe tutte rotte, tutte zozze, con un pantalone con una pettola sul sedere. Figurati, in quel palazzo di conte andò a salire proprio lui e quei bambini proprio in braccio a lui si buttarono. Il conte voleva uccidere la figlia perché si era messa con quello scemo tutto zozzo, poi voleva uccidere lo scemo e poi voleva uccidere pure i bambini. Alla mamma contessa si squartava il cuore; allora il conte prese una botte piena di pece, ci mise un panierino con due tarallini, il miele, i fichisecchi, le castagne, le prugne e un po' di latte. Vi fece entrare la figlia, lo scemo e i bambini e li gettò a mare. La botte galleggiava, ma l'acqua entrava dentro ed era già arrivata fino alle loro ginocchia.
«Bell'uomo, com'è stato che sono rimasta incinta? Dimmi la verità, che io non ti faccio niente, cerchiamo di salvare questi bambini, che non hanno fatto nessun peccato» diceva la contessina.
E quello: «Noo! Non te lo dico; se mi dai i fichi te lo dico». Quella gli diede i fichi e lui li mangiò, ma poi non glielo volle più dire.
L'acqua intanto era arrivata alla gola e dovevano tenere i bambini uno per ciascuno in alto. «Lo vedi che affoghiamo? Dimmi la verità».
«Ti ricordi quella volta? ... Lo sai chi sono? Quell'uomo che stava sull'albero che camminava da solo; mentre passavo sotto casa tua tu ti sei fatta una risata».
«Uh Dio mio, mi ricordo!»
«Allora io dissi: con questa risata che ti fai, possa uscire prena. E tu sei uscita prena, così».
«Chi te lo ha detto di fare così? Chi te lo ha detto?»
«Eh, me l'hanno detto delle signorine, perché le feci stare al fresco e loro hanno fatto che ogni cosa che dicevo si doveva avverare»
«E perché non dici che dobbiamo uscire dall'acqua?»
«Ah, no, no, prima mi devi dare un po' di latte».
Quella glielo diede e lui lo bevve, ma non lo voleva più dire.
«Facciamo presto, facciamo presto» gridava quella.
«No, prima mi devi dare il miele» e si mangiò pure il miele, poi le prugne, le castagne, tutto quello che c'era nel panierino e nemmeno lo voleva dire.
«Uh Dio! Dillo, fa presto» implorava lei.
«E va bene, te lo voglio fare questo piacere: a nome di Dio usciamo dall'acqua, andiamo sulla strada» e subito furono fuori dall'acqua sani e salvi.
La contessina pensò: «Questo deve essere uno fatato, dev'essere uno in gamba, non può mai essere che uno scemo ha questi poteri»
E gli disse: «Perché non dici che deve nascere un palazzo più bello di quello di mio padre?»
«Eh? Vuoi questa possibilità? Noo, mi devi dare ancora da mangiare» e quella gli diede da mangiare. Allora lui prese un bastone, lo mise a terra e fece nascere un palazzo più bello di quello del suocero, anzi proprio di fronte a quello, tutto di madreperla.
La contessina intanto pensava: «Come devo fare per farlo diventare dritto?» e gli disse: «Perché ora non dici che vuoi diventare più dritto di tutti quanti?»
Allora lui lo disse e veramente diventò intelligente. Poi raccontò tutti i guai che aveva passato con la madre e insieme andarono a rappacificarsi con lei. Fece pace pure col conte al quale raccontarono tutta la storia dell'albero fatato e di come lui lanciò la maledizione su sua figlia e quella era rimasta gravida, non perché lui l'aveva conosciuta, ma senza niente, perché era un potere che gli avevano dato le fate.
Noi stiamo qua e loro stanno là.

Il figlio scemo : antica fiaba sannita

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