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C'era una volta un orefice, molto ricco che viveva con la moglie e due figli e c'era un povero contadino che per sfamarsi doveva andare a caccia, sperando di prendere qualcosa.
Un giorno il contadino prese un uccello tutto d'oro e così ogni tanto andava dall'orefice per vendergli qualche piuma dell'uccello secondo i suoi bisogni.
Vedendo quelle piume meravigliose, l'orefice s’incuriosì e chiese al contadino dove le avesse prese. Quello gli raccontò la storia dell'uccello d'oro e l'orefice gli disse:
«Perché invece di portarmi una piuma ogni tanto non mi porti tutto l'uccello?»
Il contadino lo accontentò e il giorno dopo gli portò l'uccello d'oro e gli disse:
«Se mangerete il cuore di questo uccellino, ogni mattina troverete una perla sotto il cuscino».
L'orefice tutto contento diede l'uccello a sua moglie dicendole:
«Metti a cuocere questo uccello che lo voglio mangiare».
La moglie ubbidì, ma mentre la pentola era sul fuoco, tornarono i due figli affamati, che, trovato l'uccello, lo mangiarono senza chiedere il permesso. Quando la moglie dell'orefice se ne accorse, per evitare che il marito si adirasse con i figli, prese un piccione, lo cucinò e lo diede al marito facendogli credere che si trattasse dell'uccello d'oro. L'orefice mangiò il cuore del piccione, ma naturalmente al mattino non trovava alcuna perla sotto il cuscino.
Credendo che il contadino si fosse preso gioco di lui voleva ucciderlo; la moglie spaventata fu costretta a rivelargli quello che era successo e gli raccontò che i figli, senza sapere niente del magico uccello l'avevano mangiato. Ma l'orefice si arrabbiò ancora di più e voleva uccidere anche i figli. Perciò li prese con sé, li fece salire su una carrozza e li portò nel bosco, dove voleva lasciarli a morir di fame. La mamma prima di partire aveva dato loro un po' di pane. Quando furono molto lontani da casa, l'orefice fece scendere i bambini dalla carrozza e disse loro di andare a giocare, ma mentre loro si divertivano, il padre risalì in carrozza abbandonandoli. Ben presto si fece notte e i bambini, non trovando più il padre, cominciarono a piangere. Mentre erano così disperati, comparve dinanzi a loro un vecchietto, con una bella barba bianca e un bastoncino fra le mani: era San Giuseppe.
«Che fate qui?» Chiese il vecchietto.
«Aspettiamo che torna papà». Rispose uno dei bambini.
«Eh fece San Giuseppe e ora torna tuo padre... Da ora in poi sarò io vostro padre». Così diede loro da mangiare e poi con l'erba preparò un giaciglio e li mise a dormire, mentre egli restava a vegliare.
Così passò il tempo, i bambini crebbero sani e belli e diventarono due giovanotti.
Un giorno San Giuseppe disse: «E' ora che impariate un mestiere».
E insegnò loro l'arte di andare a caccia; i due fratelli in poco tempo divennero così bravi, che non fallivano mai un colpo.
Un giorno il buon vecchio disse:
«E' giunto il momento che prendiate la vostra strada, io non vi posso più tenere, sono troppo vecchio e stanco». Poi prese un coltello e lo ficcò in un tronco dicendo:
«Vedete questa lama lucente? E' la vostra buona salute, ma se si arrugginisce a destra significa che è successo qualcosa a Pasqualino, se si arrugginisce a sinistra significa che è successo qualcosa a Tommasino».
Poi ad ogni fratello diede quattro animali: un cane, un uccello, una volpe ed una scimmia. Inoltre ad ognuno diede una borsa e li congedò. Ogni fratello prese una strada diversa.
Era d'inverno ed era nevicato; il fratello più piccolo aveva tanto freddo e mentre camminava giunse ad una stalla dove decise di ripararsi. Nella stalla Tommasino accese un bel fuoco e stava lì con i suoi animali a riscaldarsi, quando apparve una strega brutta e vecchia. Cominciò a guardare Tommasino con i suoi occhi rossi, voleva avvicinarsi al fuoco anche lei, ma aveva paura degli animali e non osava accostarsi, si era messa perciò sul fienile. Tommasino, avendo compassione di lei, disse: «Zia vecchierella, scendi, vieni a riscaldarti accanto al fuoco! »
«Uh, non posso! fece quella Ho troppa paura dei tuoi animali!»
Infatti gli animali ringhiavano verso la strega e allora Tommasino ingenuamente prese il laccio e li legò ad una trave e disse:
«Adesso non possono farti più niente!»
La strega scese e si avvicinò al fuoco, ma appena fu accanto a Tommasino ed ai suoi animali, li toccò con una bacchetta e li trasformò in pietra di marmo.
Il giorno dopo Pasqualino tornò presso l'albero dove S. Giuseppe aveva piantato il coltello e lo vide tutto arrugginito dalla parte di Tommasino.
«Qui è successo qualcosa a mio fratello» si disse e si mise alla ricerca del fratello minore.
Verso sera capitò nelle vicinanze della stalla dove si trovava suo fratello; anche lui vi entrò per trascorrervi la notte con i suoi quattro animali. Anche lui accese un bel fuoco e ben presto apparve la strega.
«Ho tanto freddo!» disse la vecchia sopra il fienile.
«Scendi e riscaldati» disse Pasqualino.
«Non posso, ho paura dei tuoi animali». E infatti i suoi animali erano molto nervosi e ringhiavano verso la vecchia. Mentre Pasqualino cercava di calmarli, si girò e vide cinque pietre di marmo in un angolo e dalle loro forme vide che si trattava di un uomo, un cane, una volpe, un uccello e una scimmia. Capì allora che si trattava del fratello, ma non disse niente, fece finta di legare gli animali e invitò la strega a scendere. Ma non appena quella fu vicina, egli la afferrò per i capelli dicendo:
«Che tengo in mano?»
E la vecchia divincolandosi gridava:
«Ferro e acciaio! Ferro e acciaio!»
«Che tengo in mano?» Ripeteva irato Pasqualino.
«Ferro e acciaio!» Insisteva la vecchia, ma visto che quello era ben deciso a non mollare, fu costretta ad ammettere:
«Capelli! Capelli!» Finalmente Pasqualino la lasciò sapendo che non poteva più fargli male.
«Ora devi dirmi che cosa hai fatto a mio fratello!» disse Pasqualino e visto che era stato più forte di lei, la strega ebbe paura e gli confessò che aveva tramutato Tommasino in una pietra di marmo insieme ai suoi animali. Allora Pasqualino prese un po' d'olio che aveva con sé ed unse quelle pietre. Subito esse si trasformarono in Tommasino ed i suoi quattro animali. I due fratelli si abbracciarono, poi videro che accanto c'erano altre pietre e unsero anche quelle. Erano tutte persone trasformate dalla strega.
Fra queste c'era anche la figlia di un re, che subito fu chiesta in sposa da Pasqualino e la principessa fu ben lieta di accettare. Egli poi uccise la strega e se ne andò con sua moglie a regnare. Ma rimaneva il fratello più piccolo. Questi dopo aver salutato Pasqualino, riprese il suo cammino.
Giunse in un paese dove tutti piangevano. Incuriosito chiese ad un passante:
« Perché piangete?»
«Eh si vede che siete forestiero. disse quello Aspettiamo il serpente che deve mangiare la reginella».
Infatti, in quel paese ogni anno bisognava sacrificare una principessa al serpente.
«Ma non ci sono bravi cacciatori?» Domandò Tommasino.
«No rispose quello qua non sanno fare niente».
Allora Tommasino pensò: «Questa è la buona occasione per me». Prese i suoi quattro animali e andò verso la tana del serpente; combatté mezza giornata, ma alla fine lo uccise. Così poté liberare la figlia del re che era legata ad un albero e le disse:
«Datemi il vostro fazzoletto».
Quella glielo diede e Tommasino tagliò la lingua del serpente, la avvolse nel fazzoletto e se la mise in tasca.
Il giorno dopo si presentò al palazzo reale perché il re aveva promesso sua figlia in sposa a chi avesse ucciso il serpente. Arrivato a corte, il re lo accolse come un eroe.
Ma gli altri cavalieri erano invidiosi della sua sorte e pensavano: «Ma come, noi stiamo qui da tanti anni e non abbiamo nemmeno osato guardare la principessa ed ora arriva questo pezzente e se la sposa».
Decisero allora di ucciderlo. Dopo la festa, mentre lui dormiva, i cavalieri misero un sonnifero nel cibo degli animali e tagliarono la gola a Tommasino. Quando i suoi animali si svegliarono trovarono il padrone morto. Allora l'uccello di Tommasino volò fino ad un laghetto per pescare un pesce magico che chiudeva le ferite.
Intanto i cavalieri si presentarono dal re dicendo che loro avevano ucciso il serpente, mentre Tommasino era solo un impostore e che perciò toccava ad uno di loro sposare la principessa. In quel momento però era tornato l'uccello recando il pesce magico; lo pose sulla ferita del padrone che subito si risanò. Tommasino aprì gli occhi, corse dal re e gli disse:
«Signor re, costoro dicono che hanno ucciso il serpente, ma io ho la prova che mentono. Andiamo a vedere nella bocca del serpente: se ha la lingua, voi mi potete uccidere, ma se non la tiene io mi vendicherò uccidendo i miei rivali».
Così andarono a prendere il corpo del serpente e gli aprirono la bocca, mala lingua non c'era. Allora Tommasino tirò fuori il fazzoletto della principessa e mostrò la lingua del serpente. Il re, convinto della buona fede di Tommasino, fece preparare un rogo in mezzo alla piazza e vi fece morire bruciati i malvagi cavalieri. Tommasino invece sposò la principessa e visse felice.
Noi stiamo qua e loro stanno là.
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